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Dai mari al bicchiere: tutta la plastica che non vogliamo più bere

Origini, diffusione e prevenzione delle microplastiche, un “inquinante emergente” per la prima volta incluso nella nuova Direttiva UE in materia di acqua da bere.

Oltre ad essere tra le più grandi meraviglie del nostro Pianeta, gli oceani sono fondamentali per la nostra sopravvivenza, sia come fonte di cibo che per la regolazione della temperatura terrestre. Eppure, queste distese d’acqua così spettacolari ed essenziali per la vita sono oggi pericolosamente minacciate dall’ingente quantità di plastica che imperversa nei mari di tutto il mondo. Le risorse idriche, infatti, sono in assoluto le più colpite dall’inquinamento da plastica: delle 8 milioni di tonnellate di rifiuti che ogni anno si riversano in mare, il 75% è costituito proprio da questo materiale1.

Oggi l’allarme maggiore è rappresentato dalle microplastiche, minuscoli frammenti di plastica le cui dimensioni vanno da un millimetro fino a pochi micron. Studi recenti dimostrano che si trovano ormai ovunque, dagli oceani all’aria e alle rocce, fino al cibo e all’acqua che beviamo.

Anche l’acqua in bottiglia non ne è esente e ormai le campagne di sensibilizzazione su questo tema hanno generato una forte consapevolezza: secondo una ricerca condotta da Culligan International, azienda di riferimento nel settore del trattamento acqua – il 47% degli italiani è cosciente del fatto che le acque minerali possono contenere microplastiche2.

Ma quanta plastica c’è nell’acqua in bottiglia? Da un recente studio emerge che il 93% delle bottiglie di acqua in plastica risulta contaminato da microplastiche di diversa natura3. Ad esempio, il polipropilene, utilizzato per realizzare tappi di plastica, è il materiale più presente nei campioni analizzati, seguito dal nylon.

Anche nell’acqua di rete è stata rilevata presenza di microplastiche. Un’indagine effettuata su scala mondiale ha mostrato nell’81% dei campioni analizzati la presenza media di 5,45 particelle/litro. Nella maggior parte dei casi, si tratta di fibre sottilissime di lunghezza compresa tra 0,1 e 5 mm4.

È da considerare che esistono significative differenze a seconda dei diversi territori. Puntando una lente di ingrandimento sulle acque di rete italiane, una ricerca condotta nel 2020 in collaborazione con i gestori dei servizi idrici delle città di Milano, Brescia e Torino ha evidenziato che nell’acqua di falda da cui attingono questi acquedotti la presenza di residui di microplastica è assente o limitata a pochissime particelle5.

In generale, paragonando i risultati ottenuti nei Paesi più industrializzati con quelli registrati nelle aree in via di sviluppo, si scopre curiosamente che i primi sembrano avere maggiore densità di microplastiche nelle acque di rete rispetto ai secondi, nonostante siano in possesso di migliori infrastrutture idriche.6

Ma da dove arrivano questi frammenti di plastica?
Innanzitutto, possiamo suddividere le microplastiche in due categorie principali: primarie e secondarie.
Le prime sono rilasciate nell’ambiente direttamente in forma di piccole particelle e derivano soprattutto dal lavaggio di capi sintetici, dall’abrasione degli pneumatici e dai cosmetici (come gli scrub).
Questa tipologia di microplastica rappresenta circa il 15/30% della totalità di frammenti presenti negli oceani. La stragrande maggioranza di particelle nei mari (68-81%), infatti, deriva da oggetti di plastica più grandi, come bottiglie, buste o reti da pesca (le cosiddette microplastiche secondarie).7

Al momento sono in corso studi e ricerche mirati a fare luce sulle ripercussioni per la salute umana derivanti dall’ingestione di microplastiche.

Proprio gli interrogativi associati agli effetti delle microplastiche sulla salute hanno motivato una crescente preoccupazione per questi cosiddetti “contaminanti emergenti” anche da parte delle istituzioni. Da qui la scelta dell’Unione Europea di inserire le microplastiche tra gli elementi normati dalla nuova Direttiva Europea in materia di acqua potabile, in vigore da gennaio 2021.

Se il problema delle microplastiche nell’acqua da bere è destinato ad attirare sempre più l’attenzione di legislatori e gestori di servizi idrici, è possibile intervenire anche a livello domestico per eliminare totalmente la presenza dei microinquinanti. Sistemi di filtrazione avanzati, dall’Ultrafiltrazione fino all’Osmosi Inversa, come quelli realizzati da Culligan – da sempre impegnata nella sensibilizzazione verso consumi d’acqua più sicuri, consapevoli ed ecosostenibili e nella progettazione di impianti di trattamento all’avanguardia – sono in grado di eliminare dall’acqua la quasi totalità delle sostanze in essa presenti – sia sospese che disciolte -compresi pesticidi, ormoni, composti chimici e particelle inquinanti più infinitesimali, come le microplastiche.

Infografica realizzata in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani 8 giugno 2021

Fonti:

1 National Geographic

2 Ricerca condotta da Toluna per Culligan International, febbraio 2021

3 Synthetic polymer contamination in bottled water – Sherri A. Mason, Victoria Welch, Joseph Neratko – State University of New York at Fredonia, Department of Geology & Environmental Sciences, 2018

4 Anthropogenic contamination of tap water, beer, and sea salt – Mary Kosuth, SherriA.Mason, ElizabethV.Wattenberg, aprile 2018

5 Anthropogenic contamination of tap water, beer, and sea salt – Mary Kosuth, SherriA.Mason, ElizabethV.Wattenberg, aprile 2018

6 Studio Istituto Mario Negri in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano

7 https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/society/20181116STO19217/microplastiche-origini-effetti-e-soluzioni

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