Acqua e perfluorati (PFAS)

pfas acqua perfluorati

Recenti studi hanno dimostrato una contaminazione diffusa da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) nell’acqua di alcuni territori del Veneto, della Toscana  e della Lombardia. Tali sostanze organiche, note anche come perfluorati, risultano impiegate nelle aziende chimiche che producono derivati del fluoro e che nello specifico rappresentano la fonte della contaminazione ambientale suddetta.

Cosa sono i perfluorati

I perfluorati sono sostanze caratterizzate dalla presenza di una catena alchilica idrofobica completamente fluorurata nella molecola, generalmente costituita da 4 a 16 atomi di carbonio, e da un gruppo idrofilico. La particolare struttura di queste molecole e il forte legame tra fluoro e carbonio le rende particolarmente resistenti al degrado, pertanto i composti PFAS presentano un’elevata persistenza ambientale e capacità di bioaccumulo, con effetti tossici sull’uomo di varia natura. I PFAS fanno parte della famiglia di sostanze definite come “interferenti endocrini” in quanto in grado di alterare gli equilibri ormonali; sono inoltre considerati contaminanti chimici emergenti, segnalati come “prioritari” da organismi nazionali ed internazionali.

L’elevata idrosolubilità motiva la diffusa presenza di queste sostanze nell’acqua, che rappresenta quindi un importante veicolo di contaminazione.

Altre vie di assorbimento possono essere gli alimenti (in particolare il pesce) e l’aria.

I PFAS

Con PFAS (perfluorati) si intende una vasta famiglia di sostanze perfluorate, tuttavia di particolare interesse sono i cosiddetti PFOS (acido perfluorooctansulfonico) e PFOA (acido perfluorooctanoico), a causa della loro vasta applicazione in vari settori industriali, basta pensare al politetrafluoroetilene (PTFE), posto in commercio come “Teflon” e al “Goretex” per l’abbigliamento sportivo. Altri impieghi industriali riguardano la produzione di detergenti, cere per lucidare i pavimenti, pitture, vernici, pesticidi e schiume antincendio.

I perfluorati e l’acqua potabile

La legislazione riguardante la qualità delle acque destinate al consumo umano (D.Lgs 31/2001) non prevede il controllo di queste sostanze, per le quali quindi non sono stati fissati valori limite di concentrazione; tuttavia la protezione della qualità delle acque prevede anche il rispetto di elementi chimici non espressamente considerati dalla normativa, che possono rappresentare potenziali fattori di rischio. E’ il caso dei perfluorati, le cui concentrazioni massime tollerabili per l’acqua potabile di PFOA e di PFOS sono state proposte a livello nazionale da alcuni paesi: Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Paesi Bassi. Nel nostro paese, sulla base delle indicazioni dell’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) circa i valori massimi tollerabili per esposizione orale e dei consumi stimati di acqua potabile, sono stati proposti i seguenti valori limite per la concentrazione in acqua: 0,3 µg/L per il PFOS e 3 µg/L per il PFOA.

I PFAS nelle acque italiane

HPLC_pfas_acquaLa presenza media di PFOS nelle acque potabili italiane è nell’ordine dei ng/L e di alcune decine di ng/L per quanto riguarda gli PFOA, tali concentrazioni (nanogrammo/L = miliardesimo di grammo per litro) sono rilevabili soltanto con l’ausilio di sofisticate apparecchiature, classicamente spettrometri di massa, in dotazione nei laboratori d’analisi più avanzati.

I valori medi sono molto contenuti ma il problema della contaminazione da perfluorati esiste localmente. Alcuni territori del Veneto risultano tra le aree più contaminate, la presenza di queste sostanze nelle falde e nei corsi d’acqua superficiali è stata rilevata in un’area di circa 150 km2 tra le provincie di Vicenza, Verona e Padova con concentrazioni di svariate decine di µg/L (per i PFOA), quindi molto superiori ai valori limite stabiliti.

Filtri e depuratori per eliminare i perfluorati dalle acque

I processi convenzionalmente adottati in ambito acquedottistico (chiariflocculazione, filtrazione, disinfezione con prodotti a base di cloro) risultano meno efficaci dei processi si ossidazione avanzata realizzabili con l’impiego di sostanze quali l’ozono, l’acqua ossigenata e la tecnologia UV.

Osmosi e filtri a carboni attivi

In ambito domestico la nanofiltrazione, la microfiltrazione  e l’osmosi inversa si sono dimostrate tecnologie efficaci nella rimozione dei pfas dall’acqua, così come anche i filtri a carboni attivi. E sono proprio i filtri a carboni attivi granulari ad essere stati adottati dai vari gestori d’acquedotto delle zone interessate per ridurre, con notevole successo, le concentrazioni di PFAS nelle reti idriche.

L’Istituto Superiore di Sanità ritiene che l’applicazione di adeguate tecnologie (carboni attivi o filtrazione con membrane) nella filiera di produzione e distribuzione delle acque destinate al consumo umano possa garantire, nelle acque trattate, i seguenti livelli di performance: PFOS ≤ 0,03 µg/L e PFOA ≤ 0,5 µg/L. Valori significativamente inferiori ai limiti adottati dal nostro paese, che rappresentano, attualmente, l’obiettivo ritenuto tossicologicamente accettabile a cui tendere.

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